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zione A. e G. Marco - Tipografia: « Novissima ». Roma. 411-ANNO IX NUMERO 1 LIRE 100 ★ SETTIMANALE POLITICO ECONOMICO E LETTERARIO ★ ROMA 1 GENNAIO 1957 IL BANDO
AI MONOPOLI
DI EUGENIO SCALFARI OPO due anni di chiac¬
chiere a vuoto, durante i
quali il governo e la D.C.
hanno fatto il possibile
per insabbiare coi fatti
ciò che venivano proclamando nei
discorsi e negli ordini del giorno,
la politica di sviluppo economico
ha fatto il suo primo concreto pas¬
so avanti giovedì 20 dicembre, con
la presentazione alla Camera di due
disegni di legge d’iniziativa radi¬
cale in tema di società per azioni
e d’intese industriali.
Probabilmente sono in pochissi¬
mi quelli che vedono con chiarezza
il rapporto che corre tra una legi¬
slazione seriamente antimonopoli¬
stica e una politica economica di
aumento del reddito e dell’occupa¬
zione: tra i più frusti luoghi co¬
muni che prosperano in questo pae¬
se c’è anche la convinzione, larga¬
mente diffusa anche tra uomini po¬
litici di parte democratica, che sol¬
tanto la grande industria privata
possa realizzare una politica di svi¬
luppo. Questa convinzione ha enor¬
memente accresciuto il potere, già
schiacciante, dei gruppi monopoli
stici : non passa giorno senza che
il governo non ceda ad una loro
pressione o addirittura ad un loro
ricatto, nella speranza di ottenere
almeno, in contropartita, un ritmo
più intenso di produzione della
ricchezza, maggiori occasioni di la¬
voro, una distribuzione più equa
tra le varie zone del paese. Cosi il
governo e il partito di maggioran¬
za hanno sempre giudicato la po¬
litica antimonopolistica o come un
pretesto dell’estrema sinistra per ac¬
quistar consensi nell’opinione pub¬
blica (il che è certamente vero), o
come una fìsima moralistica di al¬
cuni acchiappanuvole, fisima in sé
lodevole ma al presente inutile e
anzi fastidiosa poiché tende a legar
le mani e a impacciare i movimenti
proprio a quei gruppi economici
sul cui dinamismo è giocoforza
puntare se si vuole ottenere il so¬
spirato incremento del reddito e del¬
l’occupazione.
Personalmente non ho mai capi¬
to fino a qual punto questa con¬
vinzione sia frutto della più asso¬
luta ignoranza delle condizioni in
cui si svolge il processo dell’econo¬
mia moderna, o invece sia un fa¬
cile alibi per coprire legami e
omertà tra gruppi monopolistici e
classe politica. Quando si assiste,
come proprio in questi giorni ab¬
biamo assistito, all’odioso ricatto che
l’industria elettrica ha esercitato sul
ministero Segni, sospendendo la co
struzione di nuovi impianti e mi¬
nacciando al paese la carestia di
energia elettrica se i suoi desideri
non fossero stati prontamente accol¬
ti; quando si vede la servizievole
premura con la quale i deputati de¬
mocristiani c liberali si sono fatti
portavoce di quei desideri, anzi di
quei comandi, c l’imbarazzata pas¬
sività dei socialdemocratici, si deve
concludere che alla malafede e alla
corruzione politica degli uni si uni¬
sce purtroppo un fatale difetto di
conoscenza degli altri, sicché le
possibilità di realizzare in questo
paese una politica coerente, tenace,
severa di sviluppo dell’occupazione
e del reddito, appaiono gravemente
compromesse.
Che cos’è, in sostanza, questa po¬
litica di sviluppo? Quali sono i
suoi strumenti? Quali gli ostacoli
da rimuovere? Credo sia venuto or¬
mai il momento di dare una rispo¬
sta 3 queste domande, se vogliamo
uscire una buona volta da quel va¬
go e inutile riformismo paternalisti¬
co con cui la democrazia cristiana
c suoi alleati hanno finito per sep¬
pellire i fermenti positivi che erano
impliciti nello schema Vanoni tra¬
sformandolo anzi, per assurdo che
ciò possa sembrare, in una piatta¬
forma di sostegno per la politica
della Confindustria.
In Italia, come ammettono gli
studiosi di tutte le tendenze, una
politica economica di tipo keyne-
siano che faccia leva sul basso li¬
vello del saggio d’interesse c su una
espansione del credito a favore dei nuovi investimenti, condurrebbe in
pochi mesi al disastro. Essa infatti,
mentre solleciterebbe vigorosamen¬
te la domanda da parte dei consu¬
matori e degli imprenditori, coz¬
zerebbe ben presto contro la rigidi¬
tà dell’offerta, che è ferreamente de¬
limitata, specie nei settori di base,
dalla struttura monopolistica del si¬
stema produttivo. Questa struttura
ha tutto l’interesse a manovrare
l’offerta in senso restrittivo e ad
imporre un sistema di prezzi ele¬
vati. L'industria monopolistica ita¬
liana si è sempre adeguata con ri¬
tardo all’aumento della domanda,
ma non l'ha mai anticipato. Non
si è mai verificato il caso di una
espansione della domanda che fosse
l’effetto di una consapevole politi¬
ca di bassi prezzi; non si è mai
verificato il caso di un ampliamen¬
to di dimensioni del mercato in¬
dotto dalla politica aziendale dei
grandi monopoli. In queste condi¬
zioni è chiaro che l’incremento del¬
l’occupazione non può che essere
ottenuto con estrema lentezza, e si
trova d’altra parte fortemente con¬
trastato dalle tendenze del progres¬
so tecnico che tendono ad -spellere
la mano d’opera dal processo pro¬
duttivo.
Una politica di sviluppo ha co¬
me condizionante premessa lo
smantellamento delle restrizioni
che artificialmente vengono imposte
al mercato, il rinvigorimento della
concorrenza tra le imprese, la ten¬
denza dei prezzi ad adeguarsi ai
costi marginali, la libera utilizza¬
zione dei brevetti industriali, la pie¬
na libertà' d’entrata per i nuovi
imprenditori. L’azione antimono¬
polistica non è dunque, come inte¬
ressatamente si tenta di far crede¬
re, un diversivo di alcuni moralisti
in cerca d’occasioni propagandisti¬
che, ma è l'essenza stessa duna po¬
litica di incremento del reddito e
dell’occupazione: questa non si dà
senza quella, e la causa della per¬
durante fiacchezza nella condotta
economica del governo e della
maggioranza che lo sostiene deriva
dal non aver voluto compiere que¬
sta necessaria identificazione. Fino
a quando la classe dirigente del
paese non avrà preso coscienza di
questa, verità sarà perfettamente
inutile discutere d'investimenti, di
aree depresse, di facilitazioni cre¬
ditizie e fiscali, di cantieri di la- Gli esempi a suffragio di questa
tesi non mancano. Nel 1951-52,
quando la Cassa del Mezzogiorno
(lette inizio ai suoi programmi d’in¬
vestimento nel Sud, l’aumentata
domanda di cemento urtò ben pre¬
sto contro la rigidità dell’offerta,
manovrata da tre grandi gruppi in¬
dustriali; i prezzi lievitarono al
punto da imporre pn rallentamento
nei programmi di spesa, determi¬
nando nel contempo notevoli pro¬
fitti di congiuntura.
Nel settore elettrico il fenomeno
si è ripetuto e prosegue tuttora nel¬
le forme più gravi: essendo l’espan¬
sione dell’energia alla base di qual¬
siasi piano di sviluppo, i gruppi
che dominano il settore ne hanno
tratto occasione per imporre al go¬
verno l'indebolimento dei controlli
pubblici sulle tariffe. Meriterebbe
a questo proposito di esser cono¬
sciuta la storia degli impianti elet¬
trici progettati lungo il corso della
Orava: questi impianti, realizzabi¬
li con un facile accordo con l'Au¬
stria, avrebbero consentito una nuo¬
va produzione di circa 16 miliardi
di Kwh a prezzo convenientissimo.
Fin dal 1952 i progetti furono ce¬
duti alla Finelettrica c furono di¬
chiarati dalla Finelettrica stessa pie¬
namente attuabili. A distanza di
cinque anni, per le pressioni che
possono facilmente essere immagi¬
nate, essi dormono tuttavia net cas¬
setti deH’I.R.1., mentre il governo
si è trovato costretto a capitolare
di fronte al ricatto degli elettrici,
che negoziano ormai da potenza a
potenza.
Nel seriore dell’energia nucleare
si sta ripetendo una situazione del D TT ? KEEP RIGHT New York. Indicazioni stradali per 11 1957 tutto analoga: la battaglia intorno
alla legge nucleare viene condotta
per impedire allo stato il controllo
su questa nuova fonte energetica
che potrebbe, tra alcuni anni, spez¬
zare definitivamente il predominio
della Edison, della S.A.D.E.. della
Centrale, della S.M.E. sulla vita
economica e politica del paese.
In Sicilia la legge per l'industria¬
lizzazione dell’isola, sostenuta dagli
industriali siciliani in polemica coi
gruppi settentrionali, ha provocato
la crisi del governo regionale ed è
stata finalmente insabbiata dal nuo¬
vo presidente della rtgione, notoria¬
mente legato alle forze monopoli-
Nel settore della distribuzione
delle derrate e dei mercati all’in-
grosso, la stessa struttura corpora¬
tiva impedisce ostinatamente qua¬
lunque tentativo di allargare il mer¬
cato, opprimendo al tempo stesso
produttori agricoli e consumatori.
Tutta la vita economica naziona¬
le è insomma soffocata da un siste¬
ma che controlla i punti obbligati
di passaggio e impedisce, pena l’in¬
flazione, una più vivace circolazio¬
ne della ricchezza, un più elevato
livello dell’occupazione.
Per porre un termine a questo de¬
plorevole stato di cose, il partito
radicale, dopo una lunga campa¬
gna di agitazione nel paese, ha fi¬
nalmente presentato in Parlamento
le prime leggi contro i monopoli,
riuscendo ad impegnare su di esse
la solidarietà dei gruppi parlamen¬
tari socialisti, socialdemocratici e
repubblicani.
Siamo arrivati, anche in politica
economica, al momento delle scelte
di fondo. Oggi non è più possibile
pensare che un paese con due mi¬
lioni di disoccupati e quattro di
sottoccupati possa essere ammini¬
strato coi criteri dello Stato ponti¬
ficio di papa Gregorio. I radicali
hanno indicato agli altri gruppi de¬
mocratici una strada chiara, coe¬
rente ed onesta. Prenda ciascuno le
proprie responsabilità: giocare con¬
temporaneamente su due tavoli non
è più possibile e soprattutto non è
più possibile far finta di non capi¬
re. O si è contro la disoccupazione,
contro la miseria, contro i privile¬
gi, contro i monopoli, o si rinuncia
in partenza a combattere la batta¬
glia per modernizzare il paese e
renderlo più civile e più prospero.
Una terza strada non c’è. E il
gioco dei comunisti, sia ben chia¬
ro, si fa scegliendo la seconda, che
è anche la più comoda.
EUGENIO SCALFARI IL FUMO
E L’ARROSTO
DI MASSIMO SALVADOR1 LCUNI giorni fa scorre¬
vo, per istruzione e dilet¬
to, una serie di pubbli¬
cazioni « serie » comuni¬
ste, nostrane e straniere.
Mi interessavano soprattutto, come
è naturale, le riviste che si occupa¬
vano di economia. A leggerle ve¬
niva l’acquolina in bocca: come
sembravano seducenti i paesi sovie¬
tici e sovietizzati, maoisti e titini!
Non c’è da sorprendersi se intellet¬
tuali sforniti di senso critico e del¬
le più elementari nozioni di eco¬
nomia, si lasciano abbacinare dal
sole che — leggendo quelle pub¬
blicazioni — splende sui novecento
milioni di esseri umani che abita¬
no tra l'Elba ed il Pacifico, tra
l'Oceano Artico e le giungle del
Vietnam. Cifre c grafici; illustrazio¬
ni a base di ottime fotografie : cam¬
pi vastissimi in cui si erge bello c
fiorente il grano, risaie lavorate da
mondariso tutte allegre e contente,
fabbriche modernissime, quartieri
nuovi di città in pièno sviluppo,
abitazioni dotate di ogni comodità.
L’industria? In meno di tre decen¬
ni la produzione industriale sovie¬
tica si sarebbe moltiplicata di venti
volte, in un decennio gli Stati agri¬
coli dell’Europa danubiana sarebbe¬
ro diventati Stati prevalentemente
industriali, in un cinquennio la Ci¬
na di terraferma avrebbe compiuto
il progresso che nell'Europa occi¬
dentale aveva richiesto mezzo se¬
colo di lavoro e di sacrificio. Già
ora il tenore di vita delle masse la¬
voratrici nell’Unione sovietica avreb¬
be raggiunto quello delle masse la¬
voratrici francesi; già seicento mi¬
lioni di Cinesi avrebbero dimenti¬
cato la miseria di una volta. Nien¬
te disoccupazione, niente salari di
fame, niente instabilità economica
sia per gl’individui che per la col¬
lettività. Non l'avevano detto
Thompson e Southcy, Fourier e
Calie! che il collettivismo assicure¬
rebbe l’abbondanza (e perciò la fe¬
licità)? Non l’aveva detto Marx
che un’economia collettivistica è in¬
finitamente più efficiente di qual¬ siasi altra economia? Non avevano
i Webbs scoperto nell'Unione so¬
vietica di trentanni fa il mondo
nuovo, pieno di promesse e di alle¬
gria, vero paese di Bengodi?
Dopo essermi digerito non so
quante riviste comuniste e paraco-
pubblicazione delle Nazioni Unite,
uscita sei mesi fa, la World Econo¬
mie Survey (1) (New York 1956)
in cui appaiono i risultati di un’in¬
chiesta sullo sviluppo dell’economia
mondiale durante il decennio che
segue la disfatta del fascismo nel
1945. La pubblicazione è stata com¬
pilata dai servizi economici delle
Nazioni Unite e delle organizza¬
zioni che ne dipendono (la FAO.
l’Ufficio Internazionale del Lavoro,
ecc.). Trattandosi di organismi uf¬
ficiali, questi servizi economici non
usano — e non possono usare —
che dati ufficiali, forniti dai gover¬
ni degli Stati membri dell’UNO.
(Sappiamo che c’è una differenza
fra i dati che provengano dagli uf¬
fici statistici di Stati a regime de¬
mocratico, e quelli che provengono
dagli uffici statistici di Stati a re¬
gime dittatoriale, sia esso persona¬
le o collegiale, comunista, naziona¬
lista o tradizionalista; per i primi
c’è una garanzia, rappresentata dal
controllo che continuamente eserci¬
tano enti ed individui al di fuori
delle sfere ufficiali, sempre pronti
a criticare c a discutere i dati for¬
niti dallo Stato; per i secondi la
garanzia non c'è. Ma tanto vale
presupporre la buona fede di que¬
sti, sì da poter fare un confronto
con quelli).
Un po' arbitrariamente, la pub¬
blicazione delle Nazioni Unite di¬
stingue le economie collettivistiche
dei 13 Stati a regime comunista
dalle economie di tutti gli altri pae¬
si, indicate globalmente con l'ag¬
gettivo di « privatistiche ». Distin¬
zione arbitraria in quanto l’econo¬
mia cinese per esempio è meno in¬
tegralmente collettivistica di quella
rumena e l’economia sovietica è più
centralizzata di quella jugoslava; in quanto anche è un errore con¬
siderare come un tutto unico siste¬
mi profondamente diversi quali il
neo-capitalismo americano e cana¬
dese, il neo-mercantilismo italiano,
il corporativismo portoghese e spa¬
gnolo, l'economia di benessere in¬
glese. australiana o svedese, le eco¬
nomie precapitalistiche dell’Etiopia,
Arabia saudita e Nepal, ecc. Per
amore di pace e in omaggio alla
distensione, gli economisti funzio¬
nari dell'UNO hanno probabilmen¬
te accettato la falsa distinzione su
cui insistono i sovietici fra econo¬
mia collettivistica e tutto il resto
detto genericamente .capitalismo.
Occorre tuttavia prendere i dati co¬
me sono. A pag. 89 del volume si
afferma che il confronto fra il rit¬
mo di sviluppo delle economie col¬
lettivistiche c quello delle economie
.. privatistiche’», è difficile a causa
di alcune differenze fondamentali
nella maniera di computare gl'indi¬
ci, chiarendo in una nota che per
ciò che riguarda le statistiche degli
Stati comunisti esse sono maggio¬
rate dal valore arbitrario attribuito
alla produzione e da » alcuni » casi
di duplicazione. Fatte queste pre¬
messe, si può tentare un confronto
fra lo sviluppo in questi ultimi an¬
ni delle economie collettivistiche da
una parte e quello delle altre eco¬
nomie dall'altra.
Mettendo uguale a 100 il reddito
nazionale, espresso in valore, dei
vari paesi nell'ultimo anno di pace
(1938, 1939. 1940 a seconda dei ca¬
si). l’indice per il 1954 di alcune
economie collettivistiche sarebbe il
seguente : Cecoslovacchia .... 165
Il libro dell'UNO non indica se
nell'indice 100 per l'Unione sovie¬
tica è incluso il reddito di quel 55
per cento del territorio polacco che
venne annesso nel 1939. reddito che
equivaleva a quasi un decimo o un
dodicesimo del reddito nazionale.
sovietico prima del settembre 1939.
Se quel reddito non è incluso, dal¬
l'indice per il 1954 (per renderlo
paragonabile a dati di Stati quali il
Canadà e gli Stati Uniti che non
annessero territori e popolazioni
straniere), occorre dedurre un otta¬
vo almeno rappresentante l’apporto
di ricchezza, e perciò di reddito,
delle aree annesse nel 1939-45 (non
solo le provincic già polacche, di
cui sopra, ma anche territori finni¬
ci, rumeni, cecoslovacchi e tedeschi;
i tre Stati baltici; il Tannu Tuva,
il Sakhalin meridionale e le isole
Curili in Asia: in totale circa 25
 

Il mondo : settimanale di politica e letteratura. - 1/13

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